ALICE MILLER E MARIA MONTESSORI

 

ALICE MILLER

 

Alice Miller,nata in Polonia nel 1923, emigrò in Svizzera dopo la fine della seconda guerra mondiale., Conseguita la laurea e il dottorato in filosofia, psicologia e sociologia. intraprese la formazione come psicoanalista.

 

 Note critiche di Alice Miller alla Psicoanalisi

Nel 1980,dopo circa venti anni di pratica come psicoanalista, abbandonò, questo tipo di attività terapeutica, dedicandosi alla scrittura di saggi a seguito di un’attenta riflessione critica sul metodo psicoanalitico tradizionale con particolare riferimento alla sua  concreta applicazione La sua critica alla psicoanalisi fa riferimento ad un metodo carente o non appropriato nella sua applicazione sul versante psicoterapeutico e sulle prassi poste in essere dagli specialisti in tale ambito.             

Ritiene che il metodo psicoanalitico, anziché incoraggiare e sostenere i pazienti nella ricerca dei traumi che hanno dato origine ai disturbi e ai problemi della propria personalità, agisce piuttosto come tecnica per evitare di affrontare realmente la verità su questi traumi, che molto spesso risiede nella storia familiare del paziente e negli abusi da esso subiti nell'infanzia.

 

Lo stesso Freud, a cui fa riferimento avrebbe, a suo avviso, utilizzato in questo modo la psicoanalisi innanzitutto su di sé e non sull’altro da sé riferendosi in particolare ad alcuni casi specifici come ad esempio al celebre “Uomo dei Lupi” dove aveva ravvisato alcune proiezioni da parte del padre della psicoanalisi.  Non ha condiviso il metodo psicoanalitico delle libere associazioni né ritiene valide le scoperte freudiane sulla. Inoltre non ritiene valide le scoperte sulla sessualità infantile (L'infanzia rimossa, 1996 pp. 152), sul Complesso di Edipo ( Il bambino inascoltato,2004, pp. 151–202) e, rispetto a Melanie Klein, rileva l' inesistenza della pulsione di morte agente fin dai primi istanti di vita (critica al lattante crudele di M.Klein ibid.).

Secondo Alice Miller l’unico percorso per incontrare il proprio Sé,  percorso per  tutti questi concetti svolgono una funzione di offuscamento della verità, in quanto impediscono ai pazienti di rivivere i sentimenti provati durante l'infanzia ed impediscono al terapeuta entrare in sintonia empatica con la parte  relativa al “bambino sofferente”  presente nelle parole dei pazienti.

 

IL BAMBINO E’ SEMPRE INNOCENTE … I 21 PUNTI DI ALICE MILLER

 

1. Il bambino è sempre innocente.

2. Ogni bambino ha esigenze particolari ineluttabili, tra le altre il bisogno di sicurezza, affetto, protezione, di contatto, sincerità, calore e tenerezza.

3. Queste esigenze sono soddisfatte raramente, ma sono spesso sfruttate dagli adulti per i loro scopi (il trauma degli abusi perpetrati sul bambino).

4. L’abuso subito da bambino ha delle conseguenze per tutta la vita.

5. La società è dalla parte degli adulti e accusa il bambino di ciò che a lui è stato fatto.

6. La realtà della vittimizzazione del bambino è sempre negata.

7. Pertanto, si continuano ad ignorare le conseguenze di tale vittimizzazione.

8. Il bambino, abbandonato alla sua solitudine dalla società, non ha altre possibilità che negare il trauma e idealizzare coloro che glielo hanno inflitto.

9. La negazione crea nevrosi, psicosi, disturbi psicosomatici e crimini.

10. Nella nevrosi i veri bisogni sono repressi e negati e il soggetto vive al loro posto sentimenti di colpa.

11. Nella psicosi l’abuso si trasforma in una rappresentazione delirante della realtà.

12. Nel disturbo psicosomatico il dolore del maltrattamento è realmente vissuto, ma le vere cause di questa sofferenza restano nascoste.

13. Nella criminalità, la confusione, la seduzione e i maltrattamenti subiti sono in continua ricerca di nuovi sfoghi, espressioni delle emozioni represse (abreazione).

14. Il processo terapeutico può avere successo solo se non nega la verità dell’infanzia del paziente.

15. La teoria psicoanalitica della “sessualità infantile” sostiene la cecità della società e legittima l’abuso sessuale perpetrato sui bambini. Essa accusa il bambino e salvaguarda l’adulto.

16. Le illusioni sono al servizio della sopravvivenza, esse contribuiscono a esprimere la realtà insopportabile dell’infanzia e, allo stesso tempo, a nasconderla o farla apparire meno traumatica. Un evento o un trauma cosiddetto “inventato” nasconde sempre un reale trauma.

17. In letteratura, come nell’arte, nelle storie e nei sogni spesso si esprimono in una forma simbolica esperienze della prima infanzia che sono state represse.

18. Vista la nostra cronica ignoranza della reale situazione del bambino, queste testimonianze simboliche della sofferenza sono non solo tollerate ma anche molto apprezzate nella nostra civiltà. Se comprenderà ciò che è nascosto dietro a queste opere, la società le rifiuterà.

19. Le conseguenze di un reato che è stato commesso non sono rese meno gravi dal fatto che sia l’autore del reato che la vittima sono cieche e turbate.

20. Si possono prevenire ulteriori crimini se le vittime inizieranno a vederci chiaro, la costrizione a ripetere il trauma avrà termine o sarà affievolita.

21. Nella misura in cui sarà possibile scoprire con sicurezza e senza ambiguità le risorse di consapevolezza nascoste nelle esperienze dell’infanzia, le storie delle vittime potranno aiutare la società in generale e la scienza in particolare, ad aumentare il loro livello di coscienza.

www.alice-miller.com

© 2008 Alice Miller

__________________

 LE RADICI DELLA VIOLENZA: LA TRASMISSIONE INTERGENERAZIONALE DELL’OPPRESSIONE RIVOLTA ALL’INFANZIA…  I 12 PUNTI DI ALICE MILLER

Negli ultimi anni è stato scientificamente provato che gli effetti devastanti dei traumi subiti dal bambino si ripercuotono inevitabilmente sulla società. Questa verità riguarda singolarmente ogni individuo e dovrebbe – se fosse sufficientemente conosciuta – portare un mutamento radicale della nostra società e, soprattutto, liberare noi dalla spirale cieca della violenza. I seguenti punti intendono chiarire questa tesi:

 

1. Ogni bambino viene in questo mondo per realizzarsi, crescere, amare, esprimere i propri bisogni e sentimenti.

2. Per realizzarsi, il bambino ha bisogno della protezione e del rispetto degli adulti che lo prendano sul serio, lo amino e lo aiutino ad orientarsi.

3. Quando il bambino è utilizzato per soddisfare i bisogni dell’adulto, che abusa di lui e che lo inganna, quando viene picchiato, punito, manipolato, ignorato, senza che nessun testimone intervenga, la sua integrità subisce una ferita incurabile.

4. La reazione normale a questa ferita sarebbe rabbia e dolore. Ma, nella solitudine, l’esperienza del dolore sarebbe per lui insopportabile, e la rabbia gli è vietata. Il bambino non ha altre possibilità che reprimere i suoi sentimenti, rimuovere il ricordo del trauma e idealizzare i suoi aggressori. Più tardi egli non saprà più ciò che gli e stato fatto.

5. Questi sentimenti di rabbia, impotenza, disperazione, nostalgia, angoscia e dolore, scissi dalla loro vera origine, si potranno tuttavia esprimere attraverso atti distruttivi nei confronti di altri (criminalità, genocidio ) o contro se stessi (tossicodipendenza, alcolismo, prostituzione, malattie mentali, suicidio).

6. Diventati genitori sceglieranno spesso come vittime i propri figli, che hanno la funzione di capro espiatorio: persecuzione pienamente legittimata dalla nostra società, dove gode anche di un certo prestigio, poiché si fregia del titolo di educazione. La tragedia è che il padre o la madre maltrattano il proprio bambino per non sentire quello che è stato fatto loro dai propri genitori. Le radici della futura di violenza sono quindi piantate.

7. Perchè un bambino abusato non diventi un criminale o un malato di mente, deve incontrare almeno una volta nella sua vita qualcuno che sia consapevole del fatto che non è il bambino, ma il suo ambiente ad essere malato. È in tale misura che la consapevolezza o la mancanza di consapevolezza della società può contribuire a salvare la vita o aiutare a distruggerla. Questa sarà la responsabilità dei parenti, degli assistenti sociali, dei terapeuti, degli insegnanti, degli psichiatri, dei medici, degli infermieri, per sostenere il bambino e credere in lui.

8. Finora la società ha sostenuto adulti e accusato le vittime. È stata puntellata nella sua cecità da teorie che, pienamente in linea con le teorie educative dei nostri bisnonni, considerano i bambini come creature furbe, dominate da malvagi istinti, bugiardi, che attaccano i loro genitori o li desiderano sessualmente. La verità è che ogni bambino ha la tendenza a sentire se stesso colpevole della crudeltà dei propri genitori. Li amerà sempre, scaricandoli dalle loro responsabilità.

9. Solo da pochi anni, l’applicazione di nuovi metodi di trattamento terapeutico ha permesso di provare che le esperienze traumatiche dell’infanzia, rimosse, sono scritte nel corpo, e che inconsapevolmente si ripercuotono sull’intera vita degli individui. Inoltre, studi computerizzati sul feto che hanno registrato le sue reazioni nel grembo della madre, hanno rivelato che il bambino sente e apprendesi, fin dall’inizio della sua vita, la tenerezza così come la crudeltà.

10. In questa nuova ottica, molti comportamenti assurdi rivelano la loro logica finora nascosta, dal momento in cui le esperienze traumatiche dell’infanzia non restano più nell’ombra.

11. Quando saremo consapevoli dei traumi dell’infanzia e dei loro effetti, porremo fine alla perpetuazione della violenza di generazione in generazione.

12. I bambini la cui integrità non è stata attentata, che hanno trovato presso i genitori la protezione, il rispetto e la sincerità di cui hanno bisogno, saranno adolescenti e adulti intelligenti, sensibili, comprensivi ed aperti. Ameranno la vita e non sentiranno la necessità di far male ad altri, né a se stessi, ed ancor meno di suicidarsi. Utilizzeranno la loro forza solo per difendersi. Essi saranno naturalmente portati a rispettare e proteggere i più deboli e, di conseguenza, i loro figli, perché essi stessi hanno sperimentato il rispetto e la tutela, ed è questo ricordo, e non quello della crudeltà, che sarà inscritto in loro.

 

www.alice-miller.com

 

© 2008 Alice Miller

 

MARIA MONTESSORI

 

Maria Tecla Artemisia Montessori  educatricepedagogistafilosofamedico e scienziata italiana, è nota   per il metodo educativo da lei realizzato ed oramai noto e adottato a livello mondiale. Mondo  Fu tra le prime donne italiane a laurearsi in Medicina.

 

Dalla libertà alla disciplina


Il metodo montessoriano si muove preliminarmente dallo studio dei bambini e delle bambine con problemi psichici, espandendosi successivamente allo studio dell'educazione per la fascia infantile.  Il suo modello di pensiero riconosce il "bambino come essere completo, capace di sviluppare energie creative e possessore di disposizioni morali" che gli adulti hanno  hanno ormai compresso dentro se stessi le risorse proprie dell’infanzia rendendole limitate e/o inattive.
 Il principio fondamentale deve essere la "libertà dell'allievo", poiché solo La libertà favorisce la creatività del bambino già presente nella sua natura. Si tratta del principio montessoriano  chiave  sulla “ libertà dell’allievo” e secondo cui  “dalla libertà deve emergere la disciplina”; un concetto che esprime anche l’autoregolazione dell’infanzia che può manifestarsi soltanto al di fuori degli impedimenti adultocentrici.

Secondo Maria Montessori le attività ludiche sono rappresentative per la formazione della personalità che e si forma progressivamente in tutte le sue configurazioni psicofisiche. La volontà si rinforza e si sviluppa ed intensifica con esercizi sistematici. L'adulto, sostiene la Montessori, quando richiede la disciplina e l'obbedienza al bambino trascura quasi sempre la volontà di questo, gli propone un modello da imitare non consono ai reali bisogni dell’infanzia.



 

PUBBLICAZIONI

 

LA CRISI DELLA SCUOLA ITALIANA TRA RIFORME, PSEUDO RIFORME E CONTRORIFORME

 
mariamontessoriMARIA TECLA ARTEMISIA MONTESSORI

“Come ogni buon metodo, quello montessoriano costituisce un’entità unica ed irripetibile che ha precorso i tempi contemporanei. Non sempre l’elevato livello di competenza pedagogica viene riconosciuta a causa degli schemi adultocentrici che pervadono i modelli culturali. Il lavoro di una delle prime donne scienziate comincia ad apparire nell’orizzonte italiano soltanto ora in maniera significativa, grazie a persone competenti e sensibili che consapevolmente combattono gli schemi propri dell’autoreferenzialità adulta. Le competenze e le azioni montessoriane si collocano nella più importante cornice della prevenzione agibile in prima istanza dalle figure genitoriali e successivamente nel secondo luogo sicuro dedicato al bambino: la scuola. La trasversalità della lezione montessoriana ingloba anche l’ Educazione alla Pace e si inserisce successivamente anche negli ambienti dove l’infanzia inizia a confrontarsi con la cultura. Ogni bambino ha l’assoluto diritto di esperire le fasi di sviluppo con serenità e con il rispetto che gli è dovuto”.

[Maura Ricci “ Dedica a Maria Montessori”].

 

In questo ultimo ventennio, con i compositi mutamenti dei profili politici, socio culturali ed economici si è assistito a tutta una serie di eventi riformistici che sono avvenuti in maniera repentina tanto da svilire l’assetto socio-istituzionale.

Si è pertanto agito un capovolgimento complessivo rispetto a tutta una serie di modelli educativi che hanno lasciato un profondo senso di vuoto. Ad oggi, tale carenza, sembra essere oramai difficilmente recuperabile nella realtà del nostro Paese.

La realizzazione dei nuovi modelli propri dell’odierno assetto organizzativo, sono esitati in una incauta “audacia” rispetto alle difficoltà affrontate.

Nel prendere in esame la condizione delle istituzioni scolastiche, il quadro si presenta contraddistinto da un insieme di incerte procedure correlate non soltanto alla crisi del sistema dei valori, ma anche agli obiettivi prefissati all’interno di una cornice strutturale i cui tempi di realizzazione, per la loro brevità, non sono stati esperiti a sufficienza e verificati nella loro concreta efficacia, tanto da produrre profili di inadeguatezza poco controllabili.

Le esperienze troncate e suffragate da nuove prospettive e riforme sono state permeate dall’autocelebrazione della performance squisitamente “adulta”, distante dalla rispettosità dei bisogni delle fasce evolutive.

Nel caso specifico tale riferimento si rivolge alle istituzioni scolastiche luogo privilegiato, dopo la famiglia, per la cura pedagogica e per l’inserimento dell’infanzia nel graduale e complesso circuito societario. 

Esiste un’eredità Costituzionale, a cui si accompagna un insieme di abilità rispettose delle generazioni future che si tramandano tenendo essenzialmente conto, che la scuola, dopo la famiglia, è l’organismo più importante, è il luogo preposto ad una crescita armonica dei minori di età.

Non si intende, in questa sede, far riferimento in maniera dettagliata alle ultime vicende della scuola permeata dai bisogni degli adulti , che sono fin troppo note in quanto hanno alimentato critiche ed opposizioni da parte di numerosi nuclei familiari. Va dunque e necessariamente rammentato che tutti i minori d’età sono soggetti di diritto.

 

Il primo dovere che gli adulti hanno, nei loro confronti, è quello di non perdere mai di vista l’essenza delle tematiche di base – affettive, emotive e relazionali – nei confronti della prole e degli studenti, in un’ottica di elevata consapevolezza verso i loro reali bisogni evolutivi. Di fatto, si assiste ad una prevaricazione della soggettività nelle aree del materno-infantile e dell’adolescenza, ad una decostruzione complessiva che può minarne l’Identità individuale e socio – culturale.

Alice Miller   

Una rivisitazione non accurata, non supportata dalle competenze che appartengono ai nostri migliori saperi, dalle metodologie consolidate attraverso cui saper agire e da un adeguato sistema di relazioni che si delineano nella quotidianità attraverso un appropriato modo di essere, è costitutivo di un insieme di fattori di rischio molto devastanti.

Una linea di senso che appare piuttosto avventata per il congruo espletamento dei percorsi di crescita e delle azioni proprie di una pseudo adeguatezza, considera ogni minoreoggetto di diritto.

L’insinuarsi dei bisogni adultocentrici all’interno del sistema scolastico esprime l’aver perso di vista o il non riconoscere l’esistenza di chi sta crescendo tanto da determinare un capovolgimento degli schemi mentali, una sorta di psicosi collettiva, di processualità imitativa (e non elaborativa) privata di quei fondamenti che si coniugano attraverso la ricerca scientifica e le concezioni etiche.

Chi dissente da questa logica non ha elaborato a sufficienza e in se stesso le complessità derivanti da un patrimonio culturale ricco, complesso ed equilibrato. Produrre adeguatamente le azioni riformistiche significa dunque ottimizzare ed armonizzare ciò che esiste, consci delle preziosità che ci sono state tramandate.

Riformare significa ottimizzare e armonizzare ciò che esiste, consci delle preziosità che ci sono state tramandate. Capovolgere o invertire, sovvertire, sconvolgere sono termini che inglobano l’insieme delle accezioni proprie della negatività. Se di questo si tratta, viene meno il continuum.

 

Se non c’è un percorso chiaro nella nostra mente da esplorare e condividere, gli schemi della realizzazione di un buon progetto vengono a mancare. Al contrario si attiveranno, nella mente umana, processualità regressive ove prevarrà un’ opacità intellettuale determinata dall’ ingerenza di visioni tunnel.

Adeguare la scuola alle nuove esigenze della società implica scelte sane, costruttive, proattive e rispettose dei fruitori. Quando una società è in crisi chi governa deve prendere in esame i dati osservativi ed i movimenti del macrosistema istituzionale che convergono verso l’insieme dei profili propri dell’ottimizzazione complessiva e non della decostruzione. Ricostruire la scuola significa applicare l’insieme dei costrutti propri della pedagogia amica del bambino.

Maria Montessori ed il suo metodo  ovvero di contrasto alla pedagogia nera che Alice Miller ha egregiamente analizzato per l’intero arco della sua vita.

Pertanto con il termine riforma della scuola si intende qualsiasi accorgimento finalizzato a sostenere o a realizzare l’innovazione costruttiva che attinge dalla cultura di un popolo. Fa riferimento ad una situazione esistente che necessita di modifiche strutturali o parzialmente strutturali, che tenga conto degli elementi del passato e del presente,indirizzatii al raggiungimento di una costante inalterabilità. E’ la scuola stessa che, attraverso metodologie consolidate, e rappresentativa delle nostre radici, contribuisce in maniera articolata ed esaustiva a tenere in piedi i sani itinerari di crescita intergenerazionali.

 

D.ssa Maura Ricci, psicoterapeuta, Direttivo Nazionale “Movimento per l’Infanzia”.

 

INFANZIA NEGATA

VIOLENZA CHE AFFIORA

Il diritto di crescere dignitosamente – conoscere per prevenire

 

la-famosa-statua-di-peter-224x300.2 

D.ssa Maura Ricci, psicoterapeuta, Direttivo Nazionale “Movimento per l’Infanzia”. 

Doc: “ la nostra unica possibilità di cambiare il presente sta

nel passato, nel punto in cui il tempo ha preso questa direzione.

Per  rimettere indietro l’universo come ce lo ricordiamo noi

e per tornare alla nostra realtà, dobbiamo trovare il momento

esatto, le circostanze esatte come,dove e quando

[il problema si è verificato]…”

Marty: [dopo la soluzione del problema] “ Missione compiuta!

Questo è l’effetto crespatura [la vita ritorna allo stato desiderato],

il futuro è nostro”:

[Russell Habel “ Ritorno al futuro: la ricostruzione di storie di abuso” cap. 22 pg. 293, in  - Sentimenti e sistemi -  a cura di M. Andolfi, Claudio Angelo. Marcella De Nichilo]

                                                                                                                                                Raffaello Cortina Editore 1996

 

 

Il disagio genitoriale e familiare ingloba un insieme di schemi che, nel correlarsi alle diversificate manifestazioni della violenza all’infanzia, creano un tessuto disomogeneo, ambivalente e talvolta inesplicabile. Prevenire, intercettare, interrompere gli stati di afflizione in età evolutiva, nelle composite configurazioni proprie dei profili maltrattanti, è un obiettivo etico e, a maggior ragione, prioritario.

Molti sono gli studi e gli esiti di ricerche riconosciuti dalla comunità scientifica internazionale per comprendere l’ insieme dei profili che caratterizzano la sofferenza all’infanzia: le argomentazioni documentate e le linee di indirizzo comprovate e poste in essere per affrontare i percorsi di cura, sono indicative dell’ampiezza e della complessità del fenomeno.

L’attenzione dedicata alle rappresentazioni della violenza perpetrata a sfavore dei bambini e l’insieme delle azioni riparative per i danni subiti non sono sufficienti se non si accompagnano alla cultura di una più profonda sensibilità e consapevolezza.

In un’epoca pandemica in cui, al passo con gli attuali linguaggi e costumi, le scienze del comportamento si confrontano prevalentemente con il tema della crisi, del disagio, della disorganizzazione e della manipolazione difficilmente si occupa, in via primaria, di aiutare le figure genitoriali ed i figli al loro superamento. Sono presenti, nel territorio nazionale, iniziative circostanziate in questo senso, ma risultano piuttosto carenti le programmazioni di ordine preventivo  ad ampio raggio, che possano offrire un’ efficace forma di aiuto soltanto se agite con continuità e competenza.

Pensare a come la psicologia e la neuropsichiatria infantile si attivano per promuovere e attuare percorsi diagnostici e terapeutici, anche integrati, per  far fronte alla sofferenza emotiva e relazionale dei piccoli pazienti e dei loro genitori (quando è possibile), costituisce un presupposto da cui non si può prescindere ma, nella sequenza temporale degli eventi, la riparazione del danno avviene sempre a posteriori per la mancanza di un fattore di protezione importantissimo: una seria progettazione degli itinerari preventivi.

 

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha presentato a Bruxelles il 3 ottobre 2002 il Primo Rapporto Mondiale su Violenza e Salute. Tale resoconto ha dato inizio a una Campagna Globale attraverso tutta una serie di iniziative finalizzate alla prevenzione dei danni determinati da comportamenti genitoriali gravemente coercitivi di tipo  diretto ed assistito. Il principio base di questa proposta definisce la violenza come un primario problema di salute pubblica a livello mondiale tantoché è di fondamentale importanza nel mondo intero effettuare appropriati investimenti in ogni nazione per prevenirla e curarne le conseguenze. Si configura come elemento di rilievo, innovativo e  importante quanto la Convenzione ONU sui Diritti del Fanciullo.

Da un decennio, quanto proposto, non è stato promosso e realizzato a sufficienza e gli esiti attuali, in materia di violenza, confermano un significativo ampliamento del suo manifestarsi.

MUOVERSI DA UNA PREMESSA

 Nella maggior parte dei casi di traumi infantili i genitori non hanno interesse a tener vivo nella mente del bambino quanto è accaduto; al contrario, viene messa in atto la terapia della rimozione. “Non è niente, non è successo niente, non pensaci più, ma non si parla in nessun modo di questi brutti avvenimenti [di natura sessuale] che vengono semplicemente coperti da un silenzio totale. Le deboli allusioni del bambino non sono prese in considerazione o sono addirittura respinte come assurde, una linea di condotta questa seguita unanimemente dall’ambiente e in modo così sistematico che il bambino ben presto rinuncia a sostenere la propria opinione”. (S.Ferenczi, 1932)

 Un’ idonea serie di interventi articolati rivolti ai bambini vittime di violenza, attivati in tempi utili, ha certamente un irrinunciabile valenza  protettiva nel susseguirsi delle fasi evolutive. Un’adeguata attenzione diretta all’infanzia realizza la cornice preventiva allontanando il rischio di una futura patologia adulta da esperienze infantili avverse.

Se la dimensione di consapevolezza, rispetto alle tematiche maltrattanti, rappresenta la realistica condizione per prevenire le condotte maladattive in età adulta, è altrettanto vero che prevenire adeguatamente questa specifica e devastante tipologia di sofferenza psicofisica risulta fondamentale. Ciò si inserisce entro un sistema di valori basilari, al fine di trasmettere alla prole un modello educativo idoneo per far fronte alle difficoltà e alla complessità delle relazioni umane in un processo  di maturazione e di completezza, cosa che può attuarsi soltanto tramite un’ idonea relazione di aiuto.

La guida adulta, che ha il dovere di aiutare il bambino a costruire un Sé sintonico, si assume un impegno che riveste un ruolo articolato: dovrà sostenere l’infanzia, ascoltarla e proteggerla nei suoi percorsi di crescita volti al raggiungimento di una progressiva e idonea autonomia soggettiva, familiare e sociale.

 LE AZIONI  PREVENTIVE : UN ANTIDOTO PER UNA  ESASPERATA  ANGOSCIA

 “ L’intervento tempestivo in materia di abuso e maltrattamento all’infanzia è raccomandato

per tutti i bambini  vittime di abusi “( American Academy of Pediatrics, 1999)

L’adeguatezza genitoriale, nel decentrarsi sui bisogni dei bambini che attraversano le molteplici fasi di sviluppo fisico e psicologico, rappresenta il miglior fattore di protezione per non far loro esperire stati di sofferenza e un sistema di relazioni complesse e confondenti. Una genitorialità sensibile attiva il costrutto della resilienza e lo sviluppo di intelligenza emotiva.

In tempi relativamente recenti ci si confronta con un’ampia serie di aspetti impropri che in qualche modo tendono a capovolgere gli schemi associati alle responsabilità adulte e al rispetto nei confronti dell’infanzia.

Sia nell’ambito familiare che socio- istituzionale si configurano schemi adultocentrici che sembrano essere caratterizzati da movimenti verosimilmente frastornanti: da un lato si evidenziano punte avanzate di promozione della salute psicofisica e sociale, seppur frammentarie, talvolta agite sull’onda di un’emotività mal gestita e di competenze carenti; su un versante altro si configura una distorsione dell’ampliamento delle cure protettive dirette all’infanzia rispondenti ai bisogni autoreferenziali delle figure adulte. La fatica che si vive nei contesti educativi, sia familiari che istituzionali, appare legata a un processo storico di progressiva erosione dei codici educativi e relazionali nell’espletamento dei ruoli propri delle figure adulte ove è rilevabile una presenza affettiva incostante e una minore trasmissione di competenze pedagogiche di base. Gli scenari educativi attuali sono stati permeati da tutta una serie di ambivalenze i cui dettami di fondo provengono da atteggiamenti socio istituzionali che nel tempo si sono trasformati in un modello malsano che vicaria la processualità connessa alle competenze fondamentali.

 VIOLENZA ALL’INFANZIA

 Le multiformi tipologie di violenza perpetrata a danno dei minori di età, sia diretta che assistita, sono molto diffuse e non ancora completamente quantificate. Si tratta di un fenomeno composito, contraddistinto da inconsuete sfaccettature le cui manifestazioni non si presentano quasi mai in maniera isolata anche se, per le modalità facilitanti la conoscenza e la comprensione dei contenuti, le enunciazioni vengono sempre  proposte separatamente. Di fatto, sono tra loro interrelate definendone le coesistenze di complessità.

In questi ultimi anni si è riusciti a dare una maggiore voce al fenomeno, a trovare le parole giuste, a negare un po’ meno a noi stessi la presenza di questi profili comportamentali agghiaccianti che coinvolgono e sconvolgono le fasce deboli non soltanto pertinenti all’infanzia.

Nella maggior parte dei casi, la popolazione adulta fa fatica a comprendere i termini o l’essenza delle azioni coercitive in maniera approfondita e a interessarsi agli scenari che si configurano. Nell’immaginario collettivo si tratta di qualcosa che “riguarda gli altri”.

Il protagonismo dell’infanzia è ancora oggi un concetto conosciuto ma non a sufficienza introiettato e difficile da accogliere responsivamente poiché determinato in buona parte dall’autoreferenzialità adulta che tende a dedicarsi sempre meno all’infanzia. C’è una trascuratezza radicata che innesta mutamenti profondi nella società.

Le azioni di carattere psicoclinico, medico, legale, educativo e sociale inducono le figure professionali preposte ad affrontare tematiche rilevanti in materia di maltrattamenti agiti nei confronti delle fasce evolutive a muoversi in una direzione di aiuto non sufficiente a contrastare i disagi di sofferenza, di privazioni, di bisogni ma soprattutto di molestie indiscriminate proprie delle cornici di sofferenza fisica ed emotiva.

Nessun territorio è esente dalla problematica: il bacino di utenza familiare ove sono presenti figli minori di età ingloba un dramma che si declina sia in termini numerici in costante ascesa sia in termini di sofferenza continuativa trovando riscontro nella necessità di intervenire in maniera efficace. Una breve nota significativa dunque per andare ad evidenziare un insieme di disturbi psicopatologici che si delineano durante le fasi di sviluppo e che necessitano di essere affrontati  attraverso approcci a metodologia multipla sia in campo diagnostico che psicoterapeutico. Sul versante giuridico la tematica deve essere rivisitata alle luce di uno stato dell’arte che possa accogliere maggiormente ciò che la ricerca e gli studi riconosciuti dalla comunità scientifica mettono costantemente a disposizione di chi si occupa di tutelare l’infanzia. Ampliare gli orizzonti della conoscenza costituisce l’obiettivo generale di una progettazione volta al superamento di modalità occlusive e pertanto frequentemente non riparabili .

DUE IMPORTANTI RICERCHE

 

Studi di settore, ci insegnano molto sulle conseguenze delle molteplici forme di maltrattamento infantile. Il fenomeno rileva come i bambini vittime di violenza, svilupperanno patologie che, a lungo andare, richiederanno un impegno professionale e di spesa per il trattamento di disturbi destinati a durare, in molti casi, per l’intero arco dell’esistenza. Viene di seguito presentata la sintesi di due ricerche.

  • Esperienze Sfavorevoli Infantili ( E.S.I.)

 

Negli anni ‘90 un autore americano, Felitti,1. e il suo staff di ricerca, hanno opportunamente introdotto nell’articolato dibattito sui maltrattamenti all’infanzia la nozione di Esperienze Sfavorevoli Infantili (ESI) per indicare quell’insieme di situazioni vissute durante la crescita che incidono significativamente sui frammentati processi di attaccamento dando vita a Modelli Operativi Interni negativi 2. che andranno ad incidere sulle scelte e sullo stile di vita costruendo profili comportamentali che si discostano dal range attinente ad una armonica e sinergica struttura di personalità. Le E.S.I. comprendono tutte le forme di violenza all’infanzia subite in forma diretta ed in forma indiretta che sono state opportunamente classificate e sintetizzate dall’autore.

……………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………

[ 1. Felitti V.J., Anda R.F., Nordernberg D., Williamson D.F., Spitz A.M., Edwards V., Koss M.P., Marks J.S. (2001) Relationship of childhood abuse and household dysfunction to many of the leading causes of death in adults. In: Franey K., Geffner R., Falconer R

2. Modelli operativi interni

Facendo riferimento a John Bowlby i M.O.I. sono rappresentazioni mentali  che   il bambino , costruisce a seguito delle prime esperienze affettive legate, in particolare,  alla disponibilità della madre ad intervenire nelle situazioni di pericolo e disagio. Contengono  una serie di aspettative  su come la propria figura di accudimento primario reagirà in situazioni di stress e disagio fisico ed emotivo, oltre ad una modalità speculare su come ciascuno si aspetta di poter reagire in quelle particolari situazioni. Progressivamente il bambino costruirà un modello mentale in relazione alle esperienze vissute e che vive. Tale modello, che viene interiorizzato, diventerà parte integrante del Sé e del sistema di relazioni. I M.O.I.  andranno così a modellare un insieme di schemi che faranno da filtro per l’elaborazione delle informazioni  provenienti dall’ambiente e costituiranno la guida per le relazioni future.

Così se il bambino esperisce l’inadeguatezza, il rifiuto, relazioni disconfermanti, l’indifferenza da parte dei care giver si percepirà inadeguato sviluppando un senso di Sé, un’autopercezione di soggetto inaffidabile e pertanto non amabile. Svilupperà la vulnerabilità come esito di una inidonea genitorialità subita. Il bambino che, all’inverso, fa esperienza di figure genitoriali adeguate, sensibili, empatiche  ed emotivamente responsive, svilupperà un senso di Sé positivo e resiliente percependo la valorizzazione, l’affetto e l’empatia, vivendosi l’altro da sé che potrà condurlo verso una generale fiducia relazionale.]


Le E.S.I. dirette riguardano tutto ciò che accade al bambino in termini violenza continuativa ed esse sono (3.):

 ABUSO SESSUALE si intende il coinvolgimento di un minore in atti sessuali, con o senza contatto fisico, a cui non può liberamente consentire in ragione dell’età e della preminenza dell’abusante, lo sfruttamento sessuale di un bambino o adolescente, prostituzione infantile e pornografia. (cfr.art.609 c.p.)

MALTRATTAMENTO PSICOLOGICO si intende una relazione emotiva caratterizzata da ripetute e continue pressioni psicologiche, ricatti affettivi, indifferenza, rifiuto, denigrazione e svalutazioni che danneggiano o inibiscono lo sviluppo di competenze cognitivo-emotive fondamentali quali l’intelligenza, l’attenzione, la percezione, la memoria.

MALTRATTAMENTO FISICO si intende la presenza di un danno fisico dovuto ad aggressioni fisiche, maltrattamenti, punizioni corporali o gravi attentati all’integrità fisica e alla vita

TRASCURATEZZA si intende la grave e/o persistente omissione di cure nei confronti del bambino o gli insuccessi in alcune importanti aree dell’allevamento che hanno come conseguenza un danno significativo per la salute o per lo sviluppo e/o un ritardo della crescita in assenza di cause organiche

(Da: Linee guida per il riordino e l’orientamento dei servizi dedicati alla tutela dei minori vittime di violenza, Regione Lombardia, 23.12.2004).

Le E.S.I. indirette riguardano tutto ciò che accade nella famiglia del bambino

 

VIOLENZA ASSISTITA si intende il coinvolgimento del minore in atti di violenza compiuti su figure di riferimento affettivamente significative per il bambino cui conseguono danni psicologici pari a quelli derivanti dal maltrattamento direttamente subito.

TOSSICODIPENDENZA (ALCOOLISMO) di uno od entrambi i genitori o comunque di una figura affettivamente significativa

MALATTIE PSICHIATRICHE di uno od entrambi i genitori o comunque di una figura affettivamente significativa

GRAVI MALATTIE FISICHE INVALIDANTI di uno od entrambi i genitori – fratria

TRACOLLI FINANZIARI Cambiamento significativo in una fase del ciclo di vita della famiglia

 Adverse chilhood experience

 Recentemente si è svolta una ricerca ad ampio raggio dove si evidenzia l’escalation e i possibili esiti della sofferenza correlata alle esperienze sfavorevoli infantili secondo la classificazione di Felitti. L’indagine riguarda l’insieme di prospettive del ciclo di vita nei soggetti vittime di Adverse Childhood Exsperiences (A.C.E. o E.S.I.). La ricerca prende in esame le prospettive di carente qualità della vita dal concepimento alla morte, sintetizzandole attraverso un escalation di eventi che incideranno progressivamente, durante l’ intero ciclo dell’esistenza, sulle condizioni di salute psicofisica. Lo schema di sintesi si configura attraverso una piramide: alla base abbiamo le “Adverse Childhood Experiences” vissute durante l’infanzia. Salendo la scala di un “gap” viene introdotta la prima tipologia di  disagio: il danno conseguente a livello sociale, emozionale e cognitivo. Segue l’assunzione di comportamenti a rischio per la salute fisica ed emozionale. Al penultimo gap della piramide vengono inserite la malattia, la disabilità e i problemi sociali di maggiore gravità. In progressione, l’apice della piramide evidenzia  la possibilità di morte precoce per l’entità della sofferenza nell’arco della vita. (4.)

La violenza subita durante l’infanzia si ripercuote nell’arco dell’intero ciclo dell’estenza umana.

3. Alcune definizioni riportate ad ogni E.S.I. sono riprese dalle “linee guida per il riordino e l’orientamento dei servizi dedicati alla tutela dei minori vittima di violenza.” Regione Lombardia (23/12/2004).

4. Center for desease controll and prevenction & Kaiser permanente’s health appraisal clinic- San Diego


BIBLIOGRAFIA

 Andolfi M., Angelo C., De Nichilo M. [a cura di] (1996). Sentimenti e sistemi. Milano Raffaello Cortina Editore

 Berbetti B. (2008). Oltre il maltrattamento. La resilienza come capacità di superare il trauma. Milano – Franco Angeli

 Bowlby J. (1989). Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento. Milano – Raffaello Cortina Editore

 Bronfenbrenner U. (1986) Ecologia dello sviluppo umano. Bologna – Società Editrice Il Mulino

 Ferenczi S. (1933). Confusione di lingue tra gli adulti ed il bambino. – Opere, vol. IV, Milano Raffaello Cortina Editore

 Foti C. (2005). L’ascolto nell’abuso e l’abuso nell’ascolto – Abuso sessuale sui minori: contesto clinico, giudiziario e sociale – Milano Franco Angeli Editore

 Malacrea M., Lorenzini S. (2002). Bambini abusati – Linee guida nel dibattito internazionale Raffaello Cortina Editore

 Malacrea M. (1998) – Trauma e riparazione Milano Raffaello Cortina Editore

 

  • Simonetta E., [a cura di] (2010). Esperienze traumatiche di vita in età evolutiva – EMDR  come terapia – Milano Franco Angeli Editore

 

SITOGRAFIA

 

Tag:abusi sull'infanziaadultocentrismoconflittualità genitorialeCURA DELLA FAMIGLIA.diritti dei bambini,diritto dei deboliinfanziamaltrattamenti all'infanziaminoriMovimento per l'infanziaVIOLENZA ISTITUZIONALE



  BAMBINI INVISIBILI

     LA VIOLENZA ASSISTITA INTRAFAMILIARE

 D.ssa Maura Ricci, psicoterapeuta, Direttivo Nazionale “Movimento per l’Infanzia”.

 

<<  Un giorno una paziente mi disse: ”Ho deciso di chiederle aiuto perché sono una madre maltrattante e perché nella mia famiglia si litiga molto. Picchio mia figlia maggiore e sua sorella ci guarda così soffriamo tutte e tre; mio marito  ci ha lasciate anziché aiutarmi. E’ come se la storia della mia infanzia sia diventata la storia delle mie bambine anche se nella mia famiglia era mio padre a comportarsi male, proprio come me oggi: so che non va ma non riesco a trattenermi.  Ho sempre giurato a me stessa che mai mi sarei comportata come mio padre ed invece sono come lui quando mi picchiava e mio fratello e mia madre guardavano e tacevano. Per questo ho deciso di segnalare la  situazione di mia figlia  attraverso la scuola. Da sola non trovavo il coraggio per presentarmi qui. >>  (M.R.)

La violenza a cui i minori assistono tra le mura domestiche nonostante sia stata da tempo classificata tra gli abusi all’ infanzia replicati in maniera durevole, continua a non essere considerata nella sua completa accezione. Frequentemente minimizzata, la violenza assistita si configura attraverso l’esperire nella quotidianità qualsiasi forma di maltrattamento perpetrata a danno di una figura di riferimento affettivamente significativa per il bambino. La Violenza Assistita Intrafamiliare è inglobata nella sfera  della Violenza Domestica e assume una propria specificità all’interno di tale quadro.  Esperire una realtà quotidiana di per sé drammatica nega certamente alla prole la possibilità di uno sviluppo affettivo e relazionale armonico. Il bambino coinvolto in questa spirale perversa, si trova a dover essere presente al reiterato svolgimento di episodi di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale  perpetrata contro uno o più componenti della famiglia.

Nello scenario coercitivo, i protagonisti sono generalmente due figure adulte: la madre vittima di violenza  ed il coniuge o  un partner aggressivo. A volte le azioni maltrattanti si possono sviluppare attraverso modalità   che si correlano ad abusi fisici, psicologici e sessuali  compiuti su fratelli e sorelle del minore che assiste. Le coesistenze di complessità che ne scaturiscono sono tangibili e pertanto innegabili: il mal espletato ruolo genitoriale non consente di prestare  attenzione alla presenza dei figli ed è frequentemente possibile che alcuni di loro vengano colpiti soltanto per ferire maggiormente la figura genitoriale vittimizzata.

INFANZIA CHE VIVE IN UN CONTINUO STATO DI ALLARME

I segni del dolore e della sofferenza sono meno evidenti e clamorosi ma non per questo non ci sono. E sono profondi e duraturi, impressi dall’aver assistito direttamente o indirettamente alla violenza sulle proprie madri. (Save the Children).

Entro la cornice di violenza assistita, per l’infanzia che ne è coinvolta, si declina un dramma che si consuma giorno dopo giorno tra le mura domestiche. Lasciati a se stessi, ignorando la loro sofferenza senza alcuna forma di protezione e di sostegno adeguati, i figli sono esposti a elevate percentuali di rischio e di stress con reali conseguenze che si protrarranno per il resto della loro vita se non si interviene precocemente. La fascia infantile che assiste a tali dinamiche familiari presenta afflizioni che si accompagnano ad ingenti stati di angoscia non soltanto in relazione al qui ed ora ma  anche “al sapere che e al  prevedere che” determinate azioni accadranno  di nuovo.

 I genitori sono i primi a sottovalutare i danni delle sopraffazioni a cui la prole assiste. Molte madri picchiate quando vengono  sentite rispetto alla   possibile percezione che possono avere i figli  relativamente agli eventi conflittuali e maltrattanti, tendono difensivamente a rispondere che i bambini non sono presenti durante i litigi, o non avvertono nulla perché dormono,  sostengono che sono tranquilli perché tenuti al di fuori dalle relazioni conflittuali adulte.

Non solo vedere la violenza ma anche sentire ciò che sta accadendo in famiglia ha un impatto doloroso e confondente per i bambini che  colgono  la tristezza, la disperazione, il terrore sul volto della persona vittimizzata. Influenzati dalle condotte cruente a danno dei propri cari, nei bambini si rimarcano progressivamente vissuti di impotenza e l’ incapacità, propria della fase evolutiva, di comprendere  i termini degli agiti adulti. Equivocano le ragioni degli scontri fra i genitori, accordando al proprio inadeguato comportamento (“è colpa mia”) le motivazioni delle condotte colleriche. Il senso di colpa li spinge a pensare di essere parte in causa del problema, non riescono a distinguere o comunque a cogliere le reali cause che fanno scaturire il litigio. Tendono pertanto a reagire intensamente per evitare i drammi quotidiani impegnandosi a mettere in campo  le loro modeste strategie. Solitamente assumono  atteggiamenti volti a tutelare e mantenere integre entrambe le figure genitoriali. Alla base di questa impellenza psicologica  e in attinenza alle  emozioni provate, sono loro ad assumersi la responsabilità di intervenire sui genitori per prevenire l’insieme delle conflittualità adulte  che si tradurranno irreparabilmente in violenza. In particolare assumono un ruolo protettivo nei confronti dell’adulto che soffre e tentano di rabbonire, l’aggressore.

Nel coacervo domestico,  costantemente vissuto, i bambini possono riportare anche danni fisici diretti perché colpiti accidentalmente o perché spinti o picchiati quando cercano di difendere la madre e/o i fratelli.

Entro lo scenario della violenza accade anche che siano i genitori stessi ad indurre  sensi di colpa nei figli facendoli sentire responsabili dei loro litigi.

  Fra le mura domestiche questi bimbi sono molto taciturni, soprattutto in presenza della figura maltrattante: cercano di evitare di assumere qualsiasi atteggiamento che possa dar vita ad una lite. Non avendo la forza fisica necessaria, né le capacità di farsi ascoltare, preferiscono rimanere in silenzio, pensando che questa possa essere la soluzione migliore per evitare di incappare nelle trame dell’ ennesima crisi aggressiva.

La figura materna, assume una posizione particolare nella mente del bambino: colei che dovrebbe proteggerlo, non è quasi mai in grado di farlo, poiché lei stessa, per prima, si sente vittima e quindi bisognosa di aiuto, tantoché il bambino è indotto ad attribuirsi un ruolo protettivo nei suoi confronti. Anche nella madre maltrattata, tuttavia, così come nel figlio, si insinua il senso di colpa, che paradossalmente si manifesta attraverso strategie di raggiro nei confronti del bambino e quasi mai attraverso gesti affettuosi accompagnati dal  dialogo. Al contrario agiscono “comprando”, la sua paura e la sua omertà. Pur non rappresentando la regola, accade che, dopo una breve riappacificazione della coppia, molti genitori ricoprano di regali la prole, un gesto che per il bambino non rappresenta nessuna fonte di tranquillità emotiva, ma solo la mera illusione di quell’amore genitoriale tanto desiderato. Il meccanismo del regalo sottende, da parte dell’adulto, un gesto compensatorio alle incapacità di prendersi cura della prole.

Al silenzio coercitivo che viene vissuto dal figlio nel background familiare si contrappone tutta una serie di comportamenti  aggressivi nell’ambiente scolastico. Quasi sempre, di fatto, l 'aggressività sociale è manifestata dal bambino fuori  dalle mura domestiche e rappresenta il rovescio della medaglia dei  comportamenti coattivi che è costretto a prender su di sé in famiglia. Lo stress che subisce, viene scaricato al di fuori del contesto abitativo, sotto forma di volgarità apprese nell’ambito familiare violento o di manifestazioni di aggressività fisica verso il  gruppo dei pari. Nel riprodurre il modello appreso in casa, agisce in maniera opportunistica  nei confronti dei compagni di scuola, ma anche nei riguardi degli insegnanti. Sono proprio questi ultimi che per primi dovrebbero intuire che tali atteggiamenti non fanno parte del temperamento dell'alunno, ma purtroppo, spesso questi segnali non vengono colti dai docenti, i quali si limitano a giudicare senza approfondire.

La contrapposizione delle condizioni esperite pone  il bambino in una posizione ambivalente: entra in un vicolo cieco, nessun aiuto esterno, a meno che non sia lui a chiederlo, cosa che non fa, sempre a causa della spirale di paura che lo avvolge.

 Durante i percorsi di crescita, l’infanzia sopraffatta da questa forma di crudele sofferenza, interiorizza  un modello educativo permeato da stereotipi di genere, coltivando nel tempo e  progressivamente la svalutazione della figura materna e il disprezzo verso le figure femminili o verso le persone percepite come più deboli.

Studiando  questa tipologia di afflizione infantile si rileva con ciclicità che, dopo la separazione dei genitori, nella prole, specialmente  se in fase adolescenziale, aumentano i comportamenti violenti verso madre e fratelli a loro tempo direttamente vittimizzati, poiché pongono in atto una sorta comportamenti vessatori in  sostituzione della figura paterna. Si trasformano progressivamente in offenders  per la pregressa trasmissione di modelli affettivi e relazionali deformati. Compaiono disturbi dello sviluppo  a livello emotivo e comportamentale come esiti dell’ assimiliazione dei modelli trasmessi.

Le ricerche in materia di violenza, rilevano una più alta incidenza negli adolescenti di comportamenti devianti e delinquenziali da esperienze avverse infantili: i maltrattamenti assistiti vengono considerati come una delle cause delle fughe da casa, del bullismo, della violenza nei rapporti sentimentali tra adolescenti. I comportamenti di reazione alle vessazioni indirettamente esperite ma anche direttamente subite,  possono culminare nel suicidio.

 

L’ATTENZIONE  SUI BAMBINI CHE ASSISTONO ALLE VIOLENZE SUBITE DALLA MADRE E’ COMPARSA SUCCESSIVAMENTE

 

Satir nel 1972 scrive : “Un bambino quando viene al mondo, non ha né passato né esperienza da cui trarre indicazioni per gestire se stesso, nessuna scala grazie a cui giudicare le sue capacità. Deve basarsi sulle esperienze che ha con le persone che gli stanno intorno e sui messaggi che esse gli inviano riguardo  al l suo valore come persona”.

 

Nella violenza assistita di genere in ambiente domestico, i soprusi  contro  le madri ed i bambini sono  straordinariamente diffusi nel nostro Paese. In questo ultimo decennio il fenomeno si è ulteriormente esteso e si rileva un elevato rischio di cronicizzazione. E’ a livello socio-culturale ed istituzionale, che si evidenzia maggiormente la dimensione della violenza che colpisce gli adulti  e  accade che resti sullo sfondo o in penombra il dramma vissuto dall’infanzia. La diffusione del contrasto alle prevaricazioni attuate a danno delle  figure femminili, ha probabilmente reso possibile l’emergere di una maggiore consapevolezza riguardo alla sofferenza infantile. Affiora prioritariamente, negli attuali profili adultocentrici, l’ attenzione sulle donne. Si parla molto di donne vittime di violenza, di femminicidio con descrizioni di maggior risonanza rispetto all’infanticidio o alla fascia infantile che assiste alla sofferenza ma anche alla morte della loro madre. Di fatto, dove c’è un bambino c’è una madre inglobata nel circuito di una sofferenza da sopraffazioni con tutte le problematiche connesse.

Gettando uno sguardo all’infanzia negata, non è difficile comprendere che l’attenzione primaria investe le figure  femminili, tuttavia nei centri antiviolenza vengono solitamente accolti anche i figli  insieme alle loro genitrici. Non si tratta della soluzione ideale poiché non tutte le madri accedono in tali centri. Spesso i minori di età vengono allontanati dalla figura materna prevedendo per loro l’ingresso in comunità educative. Si tratta di un’ennesima spaccatura emotiva per l’infanzia, una sorta di schizofrenia dirompente. Non è da omettere, anzi non ci si deve mai stancare di ripeterlo, che la sofferenza infantile è pervasiva per  le forti e devastanti emozioni provate: per tale motivo l’angoscia di un bambino è da porre in relazione al tema del dolore per la propria madre.  Realizzare un lavoro finalizzato ai  miglioramenti della figura di riferimento primaria in un contesto altro dalla famiglia, per la ricostruzione di un Sé familiare risanato e lontano dalla persona maltrattante, significa lavorare sulla recuperabilità del sottosistema madre – figlio (prevenzione secondaria) ove la diade può usufruire del sostegno di figure esperte. Si sconsiglia fortemente la separazione dei figli dalla loro madre laddove è possibile una presa in cura efficace per riconoscersi l’un l’altro, per esperire una sana reciprocità, per restituire un adeguato margine di serenità all’infanzia negata ed un ruolo appropriato alla figura materna..

E’ pur vero che, a tutt’oggi, carenti rimangono le possibili soluzioni di carattere preventivo e di presa in cura delle madri e dei loro figli rispetto all’entità del fenomeno. Si tratta di una criticità che non può essere sottovalutata e su cui è necessario attivare forme di aiuto precoci. L’investimento migliore per uscire dalla spirale della violenza è prevenirla ma è anche strettamente necessario far fronte alle contingenze.

I percorsi preventivi si protraggono nel tempo e debbono essere agiti con continuità ed efficacia soprattutto in questo momento storico ove la crisi della famiglia, le difficoltà nell’espletamento del ruolo genitoriale, gli schemi adultocentrici ed il progressivo aumento della violenza hanno aggravato la condizione dei figli.  Riappropriarsi di  modelli di pensiero e applicare  i riferimenti normativi  idonei,  rinnovando quelli obsoleti, è parte integrante di un impegno etico nei confronti dell’infanzia vittimizzata, una priorità tanto unica quanto impegnativa ed urgente, per poter finalmente far fronte  alle emergenze proprie delle multiformi tipologie di  sofferenza.

 Il non aver posto in essere, a tutt’oggi, forme di contrasto al fenomeno non ha soltanto privilegiato l’acuirsi della sofferenza, ma ha anche limitato o misconosciuto le indicazioni della comunità scientifica.

 

VICINI AD UN’ INFANZIA IMPERCETTIBILE

<<  Solo se un bambino ha sperimentato abbastanza le sicurezze, sempre uguali e costanti, ripetute nel tempo ,prevedibili e certe  come le onde del mare, o la stella polare, riuscirà a sentirsi sicuro anche davanti all’incertezza dei cambiamenti. “Bisogna avere delle certezze per affrontare l’incerto” diceva Bowlby parlando della famiglia come “base sicura” da cui un esploratore può partire. >>

                                           da “ Il bambino lasciato solo “ Alba Marcoli, pp 194 , Oscar Mondadori)

 

La violenza assistita da maltrattamento sulle madri e sulle altre figure presenti in famiglia, può porre a grave rischio la vita del bambino anche prima della sua nascita. Dai dati di ricerca risulta che i figli delle donne maltrattate in gravidanza presentano esiti da sofferenza fetale.  Durante la gestazione la vita stessa della diade madre-figlio è messa in pericolo oltre a configurarsi attraverso la sofferenza fisica e l’afflizione della genitrice.

Il nascituro avrà una mamma sopraffatta dal proprio dolore; ne potrebbe conseguire una precarietà nel prendersi cura del figlio  e potrebbe risentirne, in maniera significativa, lo stile di attaccamento. Muovendosi dunque dalla premessa  secondo cui l’elemento primario protettivo per il bambino è costituito dalla presenza di una figura accudente e serena  non è difficile comprendere come nella violenza domestica la madre non possa essere in grado di assolvere a tale funzione. I fattori di rischio sono pertanto connessi alla presenza di una figura genitoriale femminile sofferente, che difficilmente potrà conservare adeguati livelli di risposta emozionale e di attenzione alle necessità del bambino. Una madre vittima di reiterate vessazioni, umiliata, spaventata, angosciata e in costante allerta per l’insieme delle prevaricazioni, non può essere in grado di decentrarsi a sufficienza sui bisogni del figlio. Il pericolo più grave che ne consegue è che il bambino possa diventare “invisibile” in quanto  i soprusi subiti sono prevalenti su tutto il resto fino a trasformarsi nel cardine intorno al quale ruota la vita di una donna.

La mancanza di cure attente, proprie del nutrimento fisico e affettivo , non permette al bambino di sviluppare una base sicura ( (J. Bowlby)  tanto da non sapere, in quanto per lui  non esperibile, che gli altri lo aiuteranno quando ne avrà bisogno svilendo la fiducia in se stesso e nelle figure adulte ed in futuro nella società.

 

TUTELARE LE FASCE EVOLUTIVE E ASCOLTARE IL BAMBINO

I servizi specializzati nella presa in cura dell’infanzia maltrattata, hanno contribuito in maniera importante nel diffondere il concetto di violenza assistita dove il tema della disperazione, della lacerazione emozionale, della previsionalità degli eventi promotori di sofferenza, della serie reiterata degli insulti, delle minacce e delle percosse, dei pianti continui, delle urla rendono il bambino fragile, impoverito nelle sue possibili reazioni resilienti. Ne consegue che i continui attacchi all’ identità di chi sta attraversando le fasi di sviluppo nel contesto proprio del  circuito della violenza assistita, attivano  l’ affiorare, di quel senso di colpa, già precedentemente menzionato, che realisticamente è inesistente per quanto il bambino possa crederci fermamente.

Realistica è invece la percezione degli eventi che sgretolano i percorsi evolutivi quando, con una continuità percepita come  senza fine, si  intensificano, nelle piccole vittime, gli stati l’angoscia ed  il senso di smarrimento.

Che le situazioni di maltrattamento intrafamiliare  siano multiformi e non riconducibili a standard rigidi e precostituiti è cosa ben comprovata, ma le criticità di cui è necessario tener conto non possono giustificare le mancate diagnosi di fronte alle evidenze cliniche come accade frequentemente in ossequio al negazionismo.

 Un altro elemento degno di osservazione è come , gli abusanti raramente vengono allontanati da casa a scapito dell’infanzia a causa di un modello culturale obsoleta e prevaricante. Un aspetto questo che seppur appena menzionato merita un’attenzione seria entro una cornice culturale alquanto oscura.

Prestare estrema attenzione nei confronti dell’infanzia significa assumere, da parte di chi si occupa della tutela minorile  un comportamento maturo, evoluto.

Contrastare l’autoreferenzialità adulta nei contesti preventivi, clinici, educativi e giuridici, costituisce la premessa fondamentale per chi si impegna e si pone in un’ottica di protezione e di cura  dell’infanzia. Questo concetto non è circoscritto a un ambito di abituale  salvaguardia ma include l’intero sistema sociale e culturale  che è responsabile di ciò che sta accadendo, sempre con maggior frequenza, nei confronti di chi attraversa le fasi di sviluppo. Storicamente e socialmente, l’infanzia non è stata mai contemplata al primo posto, nicchia privilegiata e “gerarchicamente” consona ad un potere adulto mal regolato. Si tratta di un ricorsivo ondeggiare tra l’accettare l’esistenza di un’etica a misura di bambino e il “bisogno” di smentirla, cortocircuitandone i significati.  Ne consegue che, a tutt’oggi, chi è in fase evolutiva non è garantito a sufficienza;  per far fronte alle difficoltà di contesto per le quali è insufficiente intervenire attraverso interventi-tampone non certamente risolutivi, è fondamentale riappropriarsi di un piano di realtà da troppo tempo perso di vista.

Altra punteggiatura fondamentale: la famiglia  non è a sua volta tutelata dalla violenza che ha oramai permeato parecchie mura domestiche fino a capovolgere interamente gli schemi attraverso  un modello culturale “atipico” oramai destrutturato, svilito,  limitante e irrispettoso.

In ambito di violenza, un altro elemento che ancora persiste nell’attuale prototipo culturale nei confronti dell’infanzia, riguarda l’ostinarsi nel dar priorità e, frequentemente, esclusività ai percorsi di ascolto dell’adulto offrendogli un credito quasi illimitato. Il bambino  è lontano dall’aver la possibilità di giovarsi del proprio diritto diessere ascoltato e creduto.

Occorre  ascoltare il bambino con onestà intellettuale, credere in lui, dargli fiducia, consentirgli di fidarsi e di affidarsi. L’infanzia è l’unica fase della nostra vita in cui si riesca ad essere autentici. Credere nel bambino è semplice poiché riesce ad essere trasparente anche quando   esprime con candida ingenuità una bugia facilmente riconoscibile dall’adulto.

Empatizziamo con l’infanzia, ascoltiamola, entriamo in sintonia con le emozioni di un bambino, cerchiamo di capire chi è, come è, come modella i suoi pensieri, soprattutto accompagnamolo nella crescita rispettandolo come Persona.  Tutto ciò è proprio di una sana funzione adulta.

NOTA

Secondo il Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l’Abuso all’Infanzia (CISMAI) ” per violenza assistita da minori in ambito familiare s’ intende il fare esperienza da parte del/della bambino /a di qualsiasi forma di maltrattamento compiuto attraverso atti di violenza fisica (percosse con mani od oggetti, impedire di mangiare, bere e dormire, segregare in casa o chiudere fuori casa, impedire l’assistenza e le cure in caso di malattia…) violenza verbale, psicologica (svalutare, insultare, isolare dalle relazioni parentali ed amicali, minacciare di picchiare, di abbandonare, di uccidere, di suicidarsi o fare stragi…)violenza sessuale (stuprare ed abusare sessualmente) e violenza economica (impedire di lavorare, sfruttare economicamente, impedire l’ accesso alle risorse economiche, far indebitare…) compiuta su figure di riferimento o su altre figure significative, adulte o minori; s’includono le violenze messe in atto da minori su altri minori o su altri membri della famiglia e gli abbandoni ed i maltrattamenti ai danni di animali domestici. Di tale violenza il / la bambino/a può fare esperienza direttamente (quando essa avviene nel suo campo percettivo), indirettamente (quando il minore è a conoscenza della violenza) e/o percependone gli effetti.  CISMAI

 BIBLIOGRAFIA

J. Bowlby – Una base sicura; applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento. – Raffaello Cortina Ed 1989

M.Malacrea –“ Il buon trattamento”: un’alternativa multiforme al maltrattamento infantile – in  “Cittadini in crescita”

 [rivista del Centro Nazionale per l’Infanzia e l’Adolescenza, n.1/2004]

R.Luberti, M.T.Pedrocco Biancardi, La violenza assistita intrafamiliare, Franco Angeli, Milano,

Tag:diritti dei bambiniinfanziaMadriViolenza Assistita

 

 

 

 

Resilienza e infanzia

D.ssa Maura Ricci, psicoterapeuta, Direttivo Nazionale “Movimento per l’Infanzia”.

La “tenuta”resiliente è legata alla possibilità di riuscire a creare uno spazio mentale che accordi al bambino ferito  il non sentirsi più completamente prigioniero di una situazione senza via di uscita.

Un’adeguata resilienza è l’esito di un’armonica integrazione tra fattoti affettivi, emotivi soggettivi, relazionali e cognitivi . ( M.R.)

 

La resilienza può essere definita come una funzione psichica la cui plasticità fa sì che si modifichi nel tempo in concomitanza dei propri vissuti, della propria esperienza. E’ connessa all’evolversi dei meccanismi mentali che ad essa sottendono.  Una volta il concetto di resilienza non era molto noto ai più e, nonostante la sua derivazione dalla lingua latina, il termine si connota ancora come neologismo ma  è  parte di noi, è sempre esistita seppur non espressa con un termine unico. Si parlava  di capacità di risollevarsi, di riprendersi, di rincuorarsi per reagire alle molteplici avversità che fanno parte dell’esistenza umana. Si parlava di forza d’animo (1) riferendosi alla completezza e all’ampliamento di risposte positive che possono essere attivate quando si devono superare i momenti critici propri del nostro vivere. Questa modalità del “non mollare” , del “ricostruire” e dell’imparare dagli errori, è stata oggetto di numerosi studi fin dall’inizio della seconda metà del secolo scorso. A tutt’oggi, la questione è al centro dell’interesse dei ricercatori e dei clinici .  Negli ultimi decenni, la comunità scientifica  ha riconosciuto il suo valore  in quanto rappresentativo della capacità di riattivare i percorsi  evolutivi  dopo aver attraversato  avversità composite.  La   caratterizzazione resiliente,  ha consentito il suo affrancarsi dalla cornice teorica entro cui si collocava, per trasformarsi gradualmente in un modello da prendere  in considerazione, in termini concreti, nelle prassi di carattere preventivo, diagnostico e terapeutico, incidendo con efficacia sulle modalità operative di metodologia  per tutte quelle professioni che vengono a contatto con situazioni di crisi delle famiglie, o dei minori di età portatori di  vissuti traumatici. Si tratta di una competenza-chiave in itinere; essa è un  leit-motiv trasversale alle molteplici esperienze o eventi per trasformare le avversità in nuove sfide. Gli studi in tale ambito confermano la duttilità della mente umana, che non è propria soltanto dei primi anni di vita  poiché continua a modificarsi nei percorsi  propri dell’intero arco dell’esistenza  ponendo in rilievo come la sfera emozionale e le cognizioni possano progressivamente essere gestite per orientarsi verso l’ acquisizione  di nuove  consapevolezze e di nuovi itinerari da intraprendere. L’ unicità degli studi relativi al costrutto della resilienza  e l’insieme dei significati inglobati in tale scenario,  crea sintonia non soltanto con il lavoro genitoriale ma anche con tutti quei contesti altri dalla famiglia di origine  dove il bambino può riconoscerne le attinenze educative primarie. Ciò orienta la sua mente e le sue emozioni verso  percorrenze rassicuranti nell’impatto con l’esterno. A volte chi agisce un accompagnamento educativo resiliente  può distinguere con una certa prontezza quali siano  gli itinerari da promuovere,  altre volte si rende necessario un tempo maggiore per cogliere un appropriato schema di riferimento a misura di bambino.

Per dar completezza a tali concettualizzazioni è necessario rammentare come, a partire dagli anni ottanta, si sia finalmente dedicata un’ attenzione peculiare al sistema delle emozioni che, osservate sotto profili più ampi, non sono state più considerate come fragilità da evitare bensì come necessità di essere accolte ed ascoltate.  Si tratta di un valore aggiunto, che va a comporre nuove interrelazioni  in un congruo rapporto con la sfera cognitiva. Pertanto è fondamentale sottolineare come, nel promuovere la sistematicità resiliente, i modelli di pensiero, le capacità valutative, la percezione di sé, e le estrinsecazioni comportamentali, possano svilupparsi con un maggior senso di compiutezza.

Il dibattito, ai nostri giorni, è sufficientemente aperto tantoché nell’ambito della salute psichica e della tutela delle cure primarie,  gli interessi convergono   sul concetto di sinergia e  come  entità che abbracciano il sentimento e l’ intelletto.

Rimane tuttavia da considerare quanto sia necessario lavorare nei termini di praticabilità nei diversificati contesti ove si rende necessario un lavoro maggiormente impegnativo. In tali ambiti siamo ancora più vicini alla cornice teorica  del “sapere” che non è certamente sufficiente se non si affrontano i tracciati propri    del “saper fare” e del “saper essere”.  Nell’ espletamento di tale sistema di rapporti che si basano su un modello di pensiero meno dualistico (o/o) e più correlato all’entità (e/e), il costrutto resiliente si fa strada nell’esistenza del bambino inteso come Persona  amata e rispettata nonché confermata nel suo esserci . Se quanto appena espresso costituisce un punto di forza  è, a maggior ragione  importante prendere costantemente in considerazione le possibili forme di sostegno empatico rivolte all’adulto, a vantaggio di una crescita armonica dell’Infanzia. Coltivare una genitorialità sensibile, nei percorsi di crescita di un figlio, è rappresentativo di uno stato di consapevolezza necessaria al miglioramento della resilienza familiare.

Nell’ultimo decennio, la ricerca psicologica e pedagogica ha riconosciuto grande valore alla prospettiva della resilienza intesa come capacità di riprendere i percorsi proattivi dopo aver attraversato  avversità composite. Sulla stessa lunghezza d’onda, propria del lavoro genitoriale, l’obiettivo di sostenere e promuovere  i processi di un sereno sviluppo, all’interno delle cornici non solo familiari ma anche istituzionali, consentono di curare i passaggi evolutivo-ambientali non in maniera indolore ma con un carico di ansia certamente svigorito, sostituendo la confusività con la chiarezza e la vulnerabilità con  azioni efficaci e complete. E’nella prospettiva ecologica in cui la traiettoria resiliente si inserisce,che si  evidenzia come lo sviluppo umano debba essere concepito:  un processo di interazione reciproca, progressivamente più complessa tra l’organismo e l’ambiente. Un bambino e ciò che lo circonda: i legami della sua vita, sono forti, sono linfa essenziale per progredire. Vive entro la dimensione  del microsistema: la sua famiglia che lo sosterrà nell’attivare si  nuove esperienze a scuola e con il gruppo  dei pari.  Tale concetto risponde ai criteri di validità evolutiva  di Bronfenbrenner (2). Gli adattamenti per raggiungere tale validità possono essere facilitati dalle  metodologie educative, psicologiche e sociali ma anche da nuove ipotesi giuridiche nell’interesse superiore dei minori.

All’interno di questa cornice di riferimento, il tema della resilienza assume un significato primario.  Costituisce, in potenza, una  importante risorsa che, dà impulso all’insieme di abilità che consente all’infanzia  di resistere in maniera attiva allo stress.   Rappresenta una delle soluzioni maggiormente concretizzabili a livello di diffusione degli itinerari preventivi, non solo per le sue caratteristiche di sequenzialità ma per la ricchezza interiore che ne deriva.

Sulla stessa lunghezza d’onda il lavoro genitoriale  ha  l’obiettivo di sostenere e promuovere  i processi di una serena crescita,  curando i passaggi evolutivi e ambientali non in maniera indolore, ma certamente offrendo ad un figlio  un carico di apprensioni certamente  svigorite rispetto alle difficoltà che incontra, sostituendo il rischio di  confusività con la chiarezza, la vulnerabilità con le azioni proattive e soprattutto l’angoscia con una serenità nuovamente raggiungibile. Promuovere in maniera graduale e con impegno, la realizzazione di un sentimento di normalità  sentita come necessaria e quindi assolvente ai suoi bisogni,  significa accogliere nuovamente quei sani principi  che durante gli odierni tragitti sociali ed istituzionali   si sono, in buona parte persi di vista in questi ultimi decenni.  Si tratta del  primo passo per tentare di costruire nuove sfide.

 

( 1 ) Oliverio Ferraris, A. (2003). La forza d’animo. Cos’è e come possiamo insegnarla a noi stessi e ai nostri figli. Milano: Rizzoli.

( 2 ) Bronfenbrenner, U. (1986). Ecologia dello Sviluppo Umano. Bologna: Il Mulino

 
Leggi tutto...